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Detriti del fiume celeste

14,25

Autore: Gian Piero Bona
Collana: Interno Libri
ISBN: 9788885583870
Data di pubblicazione: 7 giugno 2024
Pagine: 120
Formato: 13×19 cm

Collana:

Descrizione

Nella sua «lunga, magica vita» Gian Piero Bona è stato molte cose: studioso di tradizioni spirituali ed esoteriche, esploratore incantato degli orienti del mondo, traduttore di letteratura francese e tedesca, sceneggiatore, testimone di incontri con personaggi straordinari ma soprattutto poeta dalla voce inconfondibile per profondità di temi e preziosità di stile. Versi testamentari di un «vate zoppo» ormai sporto al «balcone degli addii», i “Detriti del fiume celeste” ne documentano la vitalissima senilità, visitata dalle terrifiche ombre ma anche dagli spiazzanti bagliori di una sempre più incombente “appropinquatio mortis”. Epilogo di un sessantennale operato svolto in progressivo autoesilio dalle brutture della contemporaneità e dalle interessate logiche delle società letterarie, rappresenta il tassello conclusivo di una esemplare fedeltà alla poesia intesa quale strumento sommo del conoscere umano, vascello-viatico su cui imbarcarsi tra le onde della deriva globale imparando a tessere «un cantico a vela». Lo stesso che il poeta offre un’ultima volta ai lettori attraverso questo dolente commiato scritto nell’«ora del cuore in salita», nel momento rivelatore per antonomasia in cui l’«occhio profeta mostra/ di un’altra vita la meta infinita».

 

Perdonate, voi che mi avete amato,
se rudere non voglio diventare,
ma radice nascosta che appare
sotto i vostri piedi, e al vostro dolore
innumerevoli fiori regala,
colori d’ala alle promesse aurore.

Perdono, se voglio esser ricordato
come uomo non nato sulla terra,
ma ritrovato in una falsa rima.

Così quando morrò, non morirò
perché dalla nascita ero già morto;
perché colui che scrive poesia
ha smarrito la sua via. Non vive,
ma piange come un Gange domestico.

 

*

 

Cuore, martello strano che batti
sovra incudine rovente e a colpi
mi rendi un suono quotidiano,
quali facce tu a me nascondi
che a capirti m’obblighi a seguirti
e a scoprire le tue mille tracce?

Vuoi dirmi che vivere fu bello
in questo caos misconosciuto
fino all’ordine di un gran bordello?
Ti sembrò il cosmo rassomigliare
a un piccolo specchio famigliare?

Sei solo una terrena povertà.
Come avresti potuto inventare
parole quali: eterno e realtà?
Chi entrò in te a fartele enunciare?

Un giorno una lapide dirà
che sei fermo, invece tu sarai
assente, bocciato da universi,
uscito dal petto e dai miei versi.

Mio cuore ridi, perché non tu
ma qui sepolto sarà il tutto,
ché prima d’esser nato sei già
stato.

 

*

 

Se l’universo è nato dal vuoto,
che sarà mai il vuoto
che non è vuoto?

Dunque ignoto
son io anche al mio noto,
senza sapere mai niente
sulla vita presente.

Ora tutto è nerume
anche ogni lume
che si accende nel mondo,
dove nel fondo
la morte non ha spiegazione,
ma è traduzione
di parole non scritte.

Dunque viviamo
come l’ombre più fitte
di questa creazione,
dove mai nessuno
saprà ciò che siamo.

Allora per salvarci, sogniamo
sul ramo fiorito più alto,
col salto del merlo
che vola senza saperlo.