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Dire tutto alle case

Chiuso!

Autore: Thierry Metz
Traduzione e cura: Mia Lecomte
Testo a fronte: Francese
Collana: Interno Books
ISBN: 978-88-85583-61-0
Data di pubblicazione: 15 giugno 2021
Pagine: 144

14,00 13,30

Product ID: 7861 Categoria:
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Thierry Metz, nato a Parigi nel 1956, autodidatta, campione di sollevamento pesi, dopo il servizio militare, a ventun anni si sposa e si trasferisce nei dintorni di Agen, nel dipartimento di Lot-et-Garonne. Qui lavora come manovale e operaio a giornata e comincia a scrivere, incoraggiato dalla moglie e dai tre figli. Nel 1988 esce la sua prima raccolta; lo stesso anno Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto. Metz crolla da allora in una deriva psichiatrica di depressione e alcolismo che dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri ospedalieri, il 16 aprile 1997 lo porterà al suicidio. In vita ha pubblicato nove raccolte poetiche, di cui due con l’editore Gallimard, a cui sono finora seguite otto pubblicazioni postume. I testi qui tradotti – una scelta dalla silloge antologica edita da Pierre Mainard che raccoglie poesie mai uscite in volume – abbracciano un arco temporale che va dal 1978 al 1997. Precedenti alla prima pubblicazione di Metz e contemporanei all’ultima, permettono così di avere uno sguardo di insieme sul suo percorso poetico. Di seguire l’evoluzione di una poesia limpida e essenziale, costruita “manualmente” giorno dopo giorno, a margine del lavoro nei cantieri, durante i ricoveri psichiatrici, lungo le stazioni della sua luminosa esistenza di dolore: «Scrivere una poesia / è come essere solo / in una via tanto stretta / da non potere incrociare / che la propria ombra».

 

Dalla prefazione di Mia Lecomte: «Inchiostro, poesia delle mani… un legame profondamente manuale regge la poetica delle case e dei libri che Metz edifica con gesti elementari e parole esatte, uniche, precipitato di sudore e silenzio».

 

 

Je traînais dans des losanges
Avec tous les alphabets de la terre
Dans mes poches
Et j’écrivais sur les murs
Sur les portes cochères
Je collais de grosses lettres haletantes
Comme des crapauds
Des chiffres couleur d’épi
Claquant la pierre de leurs talons
J’avais un mal fou à tout dire aux maisons
Un mal de chien à les sortir de leur glaise.

 

 

Vagavo tra losanghe
Con tutti gli alfabeti della terra
Nelle tasche
E scrivevo sui muri
Sui portoni
Incollavo grandi lettere alitanti
Come rospi
Cifre color spiga
Che suonavano la pietra con i tacchi
Immane la fatica di dire tutto alle case
Lo sforzo di estrarle dall’argilla.

 

 

*

 

 

Écrire un poème
c’est comme être seul
dans une rue si étroite
qu’on ne pourrait
croiser que son ombre.

 

 

Scrivere una poesia
è come essere solo
in una via tanto stretta
da non potere incrociare
che la propria ombra.

Nota biografica

Thierry Metz, nato a Parigi nel 1956, autodidatta, campione di sollevamento pesi, dopo il servizio militare, a ventun anni si sposa e si trasferisce nei dintorni di Agen, nel dipartimento di Lot-et-Garonne. Qui lavora come manovale e operaio a giornata e comincia a scrivere, incoraggiato dalla moglie e dai tre figli. Nel 1988 esce la sua prima raccolta; lo stesso anno Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto. Metz crolla da allora in una deriva psichiatrica di depressione e alcolismo che dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri ospedalieri, il 16 aprile 1997 lo porterà al suicidio. In vita ha pubblicato nove raccolte poetiche, di cui due con l’editore Gallimard, a cui sono finora seguite otto pubblicazioni postume. I testi qui tradotti – una scelta dalla silloge antologica edita da Pierre Mainard che raccoglie poesie mai uscite in volume – abbracciano un arco temporale che va dal 1978 al 1997. Precedenti alla prima pubblicazione di Metz e contemporanei all’ultima, permettono così di avere uno sguardo di insieme sul suo percorso poetico. Di seguire l’evoluzione di una poesia limpida e essenziale, costruita “manualmente” giorno dopo giorno, a margine del lavoro nei cantieri, durante i ricoveri psichiatrici, lungo le stazioni della sua luminosa esistenza di dolore: «Scrivere una poesia / è come essere solo / in una via tanto stretta / da non potere incrociare / che la propria ombra».