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Io ritorno sempre ai capezzoli e al punto 7 del Tractatus

14,25

Autore:  Agustín Fernández Mallo
Curatela e traduzione: Lia Ogno
Collana: Interno Books
ISBN: 978-88-85583-83-2
Data di pubblicazione: 3 febbraio 2023
Pagine: 220
Formato: 13×19 cm

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Descrizione

Fisico di formazione e poeta per vocazione, Agustín Fernández Mallo (La Coruña, 1967) si è specializzato nel campo della radiofisica delle particelle. Ed è in quest’ambito, regno della scienza e della matematica, che trova la poesia. In “Yo siempre regreso a los pezones y al punto 7 del Tractatus”, opera prima di poesia pubblicata nel 2001, l’autore fa i conti con la fine di una relazione amorosa attraverso la prosa poetica, una modalità espressiva più confacente a raccontare la realtà contemporanea e a filtrare i ricordi dell’io narrante, che attraversa la solitudine, l’angoscia e la malinconia generate dalla fine di un amore. Un libro composto da “quadri verbali” all’interno dei quali traspare la poliedricità, la frammentarietà, l’oscillazione continua di un linguaggio anfibio, capace di abbracciare la lirica e la narrativa, di cui allo stesso tempo Mallo cerca di mostrarne, seguendo le tracce del Tractatus, le sue impossibilità, i suoi limiti.

 

 

Il vento trascina foglie, polvere di ottobre, cartacce sulla pancia delle auto, agita le imbarcazioni e non è rimasto più nessuno tranne me alla finestra dell’Hotel Port Maó. Verrà un giorno in cui la luce sarà nuovamente la pelle del mondo, mi dico, col pretesto della primavera. Nel frattempo non mi spaventa il vento, né il tuo esodo, né quella caduta fantasmatica e grottesca che si impossessa degli abiti quando restano per sempre chiusi nell’armadio. Mi spaventa unicamente dover passare l’autunno senza una donna.

El viento arrastra hojas, polvo de octubre, papeles a la panza de los coches, agita la flota y ya no queda nadie salvo yo en la ventana del Hotel Port Maó. Llegará un día en el que la luz vuelva a ser la piel del mundo, me digo, bajo pretexto de primavera. Entretanto, no me asustan ni el viento ni tu éxodo, ni esa caída fantasmática y grotesca que se apodera de los trajes cuando se quedan para siempre en el armario. Únicamente me asusta pasar el otoño sin una mujer.

 

*

 

Ti svegliavi e ti sedevi nuda sul bordo del letto. Un bacio sulla spalla. Eravamo così uguali che non te ne accorgevi neppure. Non so quale perversione postmoderna, tornato in albergo, mi autorizzi a mettere un disco di Tom Waits e a sfogliare una biografia in bianco e nero di Balenciaga prima di iniziare queste righe che rendono tutto uniforme. Dovrebbe essere proibito.

Te despertabas y te sentabas, desnuda al borde de la cama. Un beso en la espalda. Éramos tan iguales que no lo sentías. No sé qué perversión posmoderna me permite, al llegar al hotel, poner un disco de Tom Waits y hojear una biografía en blanco y negro de Balenciaga antes de iniciar estas líneas que todo lo igualan. Debería estar prohibido.

 

*

 

Ero solito, quando ti assentavi posseduta dal ballo e dal gin, forzare la veglia. Contavo i rumori delle tubature [ammesso che sia possibile farlo], la luce delle moto che ghigliottinavano il muro, e la spazzata stanca del faro. Contavo il numero delle porte che si aprivano o si chiudevano, il ronzio dell’ascensore, le cose appena create dalla penombra, quante volte mi veniva alle labbra il tuo nome, e il mio respiro, e le mie dita, e la mia età, contavo persino me stesso e non faceva 1, ma 0, 0, 0. Mi mettevo a contare, così da non aver niente da raccontarti quando tornavi, come se non fosse successo nulla, vedere il panettiere alzare la serranda, il marinaio che schiva il vomito, un piccolo camion che parte in lontananza, e te, già addormentata.

Solía, cuando te ausentabas poseída por el baile y el gin, forzar la vigilia. Contaba los ruidos de las cañerías [si tal cosa es posible], la luz de las motos al guillotinar la pared, y el barrido cansado del faro. Contaba el número de puertas que por ahí se abrían o cerraban, el runrún del ascensor, las cosas recién creadas por la penumbra, cuántas veces venía tu nombre a mis labios, y mi respiración, y mis dedos, y mi edad, hasta a mí mismo contaba y no salía 1, sino 0, 0, 0. Solía contar para a tu regreso no tener nada que contarte, como si nada hubiera pasado, ver izar la verja al panadero, al marinero esquivando el vómito, un pequeño camión arrancando a lo lejos, y tú, ya durmiendo.