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La terra desolata

Autore: T.S. Eliot
Curatela: Rossella Pretto
Traduzione: Elio Chinol
Collana: Interno Novecento
ISBN: 978-88-85583-81-8
Data di pubblicazione: 25 marzo 2022
Pagine: 120
Formato: 13×19 cm

13,00 12,35

Product ID: 8805 Categoria:
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La collana «Interno Novecento» ripropone un capolavoro assoluto della poesia di tutti i tempi, opera simbolo della letteratura del ’900. Un viaggio nel cuore della terra e dell’umanità, nella desolazione di un tempo devastato dalla guerra e dal nulla, che ieri come oggi non smette di mettere a fuoco la civiltà occidentale, le sue paure e le speranze, l’inferno di un mondo abbandonato, desolato, dove la vita e la morte, l’ombra e la luce si inseguono in una lotta fine. “La terra desolata” torna in libreria nella traduzione Elio Chinol, uno dei suoi più appassionati interpreti, nel doppio centenario dell’opera poetica e del suo traduttore, entrambi nati nell’ottobre del 1922.

 

I. The Burial of the Dead

April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
And went on in sunlight, into the Hofgarten,
And drank coffee, and talked for an hour.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
And when we were children, staying at the archduke’s,
My cousin’s, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.
I read, much of the night, and go south in the winter […]

 

I. La sepoltura dei morti

Aprile è il mese più crudele: genera
Lillà dalla terra morta, mescola
Ricordi e desideri, scuote
Le radici assopite con la pioggia primaverile.
L’inverno ci tenne caldi, coprendo
La terra di neve obliosa, alimentando
Un filo di vita con tuberi secchi.
L’estate ci sorprese riversandosi sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia; ci fermammo sotto il colonnato,
Poi proseguimmo nel sole, dentro al Hofgarten,
E bevemmo caffè e chiacchierammo per un’ora.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini e stavamo dall’arciduca,
Mio cugino, egli mi portò in slitta
E io ebbi paura. Marie, mi disse,
Marie, tienti stretta. E ci lanciammo giù.
In montagna, lì ci si sente liberi.
Io leggo gran parte della notte e d’inverno vado nel Sud […]

 

 

*

 

 

III. The Fire Sermon

The river’s tent is broken: the last fingers of leaf
Clutch and sink into the wet bank. The wind
Crosses the brown land, unheard. The nymphs are departed.
Sweet Thames, run softly, till I end my song.
The river bears no empty bottles, sandwich papers,
Silk handkerchiefs, cardboard boxes, cigarette ends
Or other testimony of summer nights. The nymphs are departed.
And their friends, the loitering heirs of City directors;
Departed, have left no addresses.
By the waters of Leman I sat down and wept…
Sweet Thames, run softly till I end my song,
Sweet Thames, run softly, for I speak not loud or long.
But at my back in a cold blast I hear
The rattle of the bones, and chuckle spread from ear to ear […]

 

III. Il sermone del fuoco

La tenda del fiume è rotta: le ultime dita di foglia
Si aggrappano e affondano nell’umida riva. Il vento
Attraversa la terra scura, non udito. Le ninfe sono partite.
Dolce Tamigi scorri tranquillo finché non abbia finito il mio
canto.
Il fiume non trasporta bottiglie vuote, carte di sandwich,
Fazzoletti di seta, scatole di cartone, mozziconi di sigarette,
O altre testimonianze delle notti estive. Le ninfe sono partite.
E i loro amici, gli oziosi eredi di magnati della finanza:
Partiti, senza lasciare indirizzo.
Presso le acque del Lemano mi sedetti e piansi…
Dolce Tamigi scorri tranquillo finché non abbia finito il mio canto,
Dolce Tamigi scorri tranquillo perché io non parlo né a lungo né alto.
Ma alle mie spalle in un gelido soffio sento
Lo scricchiolio delle ossa e il sogghigno spalancato su tutta la faccia […]

 

 

*

 

 

Ricordo di T.S. Eliot
di Elio Chinol

È convinzione abbastanza diffusa che il conoscere un poeta di cui si ammira l’opera sia spesso una delusione. Il poeta può talvolta essere rapito in cielo o scendere nell’inferno, ma quando torna sulla terra sembra non rechi più su di sé nessuna traccia delle sue solitarie e vertiginose esplorazioni. E potrà anzi apparire persino «goffo» e «ridicolo», come nella famosa poesia di Baudelaire che lo paragona all’albatro:

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

Nel nostro secolo il suo destino sembra diventato ancora più mortificante, tanto che T.S. Eliot ha potuto affermare con ironico distacco che un poeta non deve avere un aspetto diverso da quello di un impiegato di banca (il che egli è effettivamente stato per alcuni anni). L’opera dunque è una cosa e il poeta, come uomo fra gli uomini, un’altra. Questo tuttavia è un punto di vista che riesce difficile accettare fino in fondo e il desiderio di ritrovare nel poeta alcunché dello spirito della sua opera rimane forse per i più una tentazione irresistibile, nonostante tutte le possibili delusioni […]

 

Un Certain Regard
di Rossella Pretto

Se considerassimo quanto lo shock di una guerra di proporzioni mondiali possa far convivere la coscienza della mortalità umana, quale evento naturale e traumatico allo stesso tempo, con un desiderio urgente e contrario di vita, potremmo anche affermare che non sia casuale assistere, nel 1922, a una sedimentazione nell’immaginario della figura dello zombie, il morto vivente, colui che conserva, cioè, caratteristiche di entrambe le condizioni. In quell’anno, a marzo viene proiettato il film Nosferatu di Wilhelm Murnau, a ottobre esce The Waste Land e a novembre viene scoperta la tomba di Tutankhamon. Coincidenze, eppure in qualche modo significative.
Il 1922 è però anche il giro di boa della letteratura modernista dal momento che proprio in quell’anno vengono pubblicati alcuni dei suoi capolavori. Tra questi, l’Ulisse di James Joyce e La camera di Jacob di Virginia Woolf, oltre ovviamente a The Waste Land, considerata un’opera di rottura che non smette di spargere semi che ancora oggi germogliano. Ci parla da vicino, quella terra, è desolata e la capiamo, è come la nostra e mette in scena il tracollo di un’intera generazione – anche se poi Eliot ebbe modo di dire che aveva un senso per lui solo, come gesto curativo, “il sollievo di una personale e del tutto insignificante lagnanza contro la vita”, disse in una conferenza ad Harvard […]

Nota biografica

Thomas Stearns Eliot (1889-1965), poeta e critico statunitense, naturalizzatosi cittadino britannico. La sua attività critica prende inizialmente il via su rivista e si concretizza nei volumi di saggi "The Sacred Wood" (1920) e "The Metaphysical Poets" (1921). Dall’incontro con Ezra Pound, nel 1914, gli proviene l’interesse per Dante, lo Stilnovo e i poeti provenzali, e soprattutto la consapevolezza della tecnica del linguaggio. La prima raccolta di versi ("Prufrock and Other Observations") è del 1917, la seconda ("Ara vos prec") del 1920. Nel 1922 pubblica "The Waste Land", una delle opere che più hanno influenzato la poesia del Novecento in Occidente. Nel 1925 pubblica "The Hollow Men". Nel 1927 abbraccia la confessione anglicana, mentre nel 1930 il poema Ash-Wednesday apre una nuova fase della sua poesia, che culminerà in "Four Quartets" (pubblicati tra il 1936 e il 1942). Accanto al critico e al poeta, Eliot va considerato come autore di opere teatrali in versi ("Murder in the Cathedral", 1935; "The Family Reunion", 1939; "The Cocktail Party", 1949; "The Confidential Clerk", 1953; "The Elder Statesman", 1959). Nel 1948 gli fu assegnato il premio Nobel per la letteratura.