Versi d’amore

Autore: Ludovico Ariosto
Curatela: Lucia Dell’Aia
Collana: Interno Classici
ISBN: 978-88-85583-52-8
Data di pubblicazione: 5 novembre 2020
Pagine: 128

12,00

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Un percorso antologico nei versi d’amore tratti dalle Rime e dall’Orlando furioso. Del più grande autore del Rinascimento si trova qui il volto innamorato: elegiaco e giocoso, ironico e serio. Dalla varietà dei metri usati e dei contesti di composizione emerge una cangiante fenomenologia dell’amore che esplora gli aspetti più profondi del sentimento e della passione: dall’innamoramento alla gelosia, dalla fedeltà alla nostalgia per l’assenza dell’amata e dell’amato, dal servaggio alla letizia dell’appagamento dei sensi. Ad emergere è soprattutto la maestosa figura di Alessandra Benucci, in un fitto dialogo con alcune eroine del poema, come la guerriera Bradamante e la bella Olimpia. Grazie a questi sapidi versi, il lettore si troverà quasi affatturato da una malia amorosa, con la sensazione di nuotare in un mare di delizie e di illusioni.

 

Madrigali, XII

Quando ogni ben de la mia vita ride,
i dolci baci niega;
se piange, allor al mio voler si piega;
così suo mal mi giova e ‘l ben m’accide.
Chi non sa come stia fra il dolce il fèle,
provi, come provo io,
questo ardente disio,
che mi fa lieto viver e scontento.
Così nasce per me di amaro il mèle,
dolor del riso pio,
che ‘l bel volto giulìo
lieto m’apporta sol per mio tormento.
Miseri amanti, senza più contesa,
temete insieme e sperate ogni impresa.

 

Dalla nota introduttiva al testo, a cura di Lucia Dell’Aia: «Questo madrigale nasce ad imitazione del carme in latino Ad Bathyllam (Hendecasyllabi seu Baiae, I, XV) di Giovanni Pontano. Con leggiadria il poeta tratta il tema della compresenza in chi ama di gioia e dolore, dolcezza e contesa…»

 

*

 

Capitoli, XXV

Sì come a primavera è dato il verno,
così compagna è Gelosia d’Amore,
lui in paradiso e lei nata in inferno;

lui di dolci desir accende il core,
lei d’amaro sospetto poi l’aggiaccia,
e chi vive per l’un per l’altro more.

Lui con speranza mostra lieta faccia,
lei con desperazion trista ti affronta,
lui cerca di piacer, lei che dispiaccia.

Lui quel ch’agrada sol intende e conta,
lei rapresenta sempre offesa e scorno
lui sempre al ben, lei sempre al mal fu pronta.

Lui voria pace aver la notte e ‘l giorno,
lei di guerra è solicito instrumento,
lui cieco gode, lei mira ogni ‘ntorno.

Lui riso e ioco porta fuori e drento,
lei con severo pianto accende l’ira,
lui nutrisce piacer, lei doglia e stento.

Lui pur a vita riposata aspira,
lei sempre il corpo e l’anima afatica,
lui dolce mèl, lei crudo assenzio spira.

Lui di pensier soavi si nutrica,
lei di cogitazioni aspre s’aviva,
lui di certezza, lei di dubio è amica.

Lui promette sicuro porto e riva,
lei naufragio crudel, non sol iactura,
lui di tristizia e lei di gaudio priva.

Lui con diletto i sensi e spirti fura,
lei con affanno incarcera la mente,
lui conclusion, lei confusion procura.

Lui d’un glorioso incepto non si pente,
lei mille fiate al dì vole e non vole,
lui tenerezza, lei durezza assente.

Lui proferisce sol dolci parole,
lei crudi accenti in ogni parte efonde,
lui di mal far, lei del ben far si dole.

Lui il so’ diletto quanto pò nasconde,
lei vaga è di mostrar il suo cordoglio,
lui siegue il mezo e lei cerca le sponde.

Io per me in pace tutto il fèle accoglio
di questa vipra, tanto stimo un sguardo
di quella per cui moro e non mi doglio.

Confesso ben che un amoroso guardo
tanto di quel venen mortal diventa,
sì che poi vène ogni rimedio tardo.

Non so come ogni cor non si spaventa,
come alcun dura in amorosa corte,
quando il furor di questa si ramenta,

onde s’amorta vita e aviva morte.

 

Dalla nota introduttiva al testo, a cura di Lucia Dell’Aia: «Tutto il componimento ruota intorno alla contrapposizione fra i dolci doni dell’Amore e gli aspri affanni della Gelosia. Essi sono in netta opposizione come l’inverno e la primavera, come l’inferno e il paradiso, come la guerra e la pace…»

 

*

 

Furioso, XXXV, 1-2

Chi salirà per me, madonna, in cielo
a riportarne il mio perduto ingegno?
che poi ch’uscì da’ bei vostri occhi il telo
che ‘l cor mi fisse, ognior perdendo vegno.
Né di tanta iattura mi querelo,
pur che non cresca, ma stia a questo segno;
ch’io dubito, se più si va sciemando,
di venir tal, qual ho descritto Orlando.

Per rïaver l’ingegno mio m’è aviso
che non bisogna che per l’aria io poggi
nel cerchio de la luna o in paradiso;
che ‘l mio non credo che tanto alto alloggi.
Ne’ bei vostri occhi e nel sereno viso,
nel sen d’avorio e alabastrini poggi
se ne va errando; et io con queste labbia
lo corrò, se vi par ch’io lo rïabbia.

 

Dalla nota introduttiva al testo, a cura di Lucia Dell’Aia: «Torna la metafora della follia furiosa dell’amore. Il senno di Orlando è stato recuperato da Astolfo salendo sulla Luna, dove è stato ritrovato chiuso in una ampolla. Il poeta, rivolgendosi alla sua donna amata, Alessandra, si chiede chi salirà in cielo a recuperare il suo…»

 

Nota biografica

Ludovico Ariosto (1474-1533) è il più grande poeta del Rinascimento e uno dei più importanti scrittori in lingua italiana. “Andava per le strade di Ferrara / e al tempo stesso andava per la luna”, secondo Borges. Forse come la sua città padana dai molti vapori, la sua poetica, quasi sotto l’effetto di una nebbia che fa perdere i contorni delle cose, è tesa alla trasfigurazione fantasiosa della realtà. Autore del notissimo poema "Orlando furioso", scrisse versi in latino e in volgare, oltre che le "Satire". Rilevantissima è anche la sua produzione teatrale. Poeta dell’ironia e del gioco, del serio-comico e della riflessione morale, l’Ariosto fu innamorato della sua Alessandra: luminosa come la terra pugliese in cui era nata; combattiva come l’eroina Bradamante del suo poema (l’amazzone allo stesso tempo donna gentile e fedele); bella come la nuda Olimpia legata alla roccia.